La trilogia della villeggiatura

La trilogia della villeggiatura

note dell’autore

L'innocente divertimento della campagna è divenuto a' dì nostri una passione, una manìa, un disordine. I villeggianti portano seco loro in campagna la pompa ed il tumulto delle città ed hanno avvelenato il piacere dei villici e dei pastori, i quali dalla superbia de' loro padroni apprendono la loro miseria.

Ho concepita nel medesimo tempo l'idea di tre commedie consecutive. Nella prima si vedono i pazzi preparativi; nella seconda la folle condotta; nella terza le conseguenze dolorose che ne provengono. L'ambizione de' piccioli vuol figurare coi grandi, e questo è il ridicolo ch'io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile.

Carlo Goldoni

sinossi

Frenesie per figurare. Sontuosi banchetti e illeciti amori per intrattenersi ed ingannare il tempo sparlandone. Dolenti ritorni alla quotidianità che immancabilmente presenta il conto dello scialacquamento. In questo triplo bassorilievo dell’autore italiano più rappresentato si erge la figura di Giacinta, donna moderna, apparentemente immune alle pene d’amore, determinata a far fare alla gente tutto ciò che ella desidera, costretta, proprio dalla passione, a rivedere i suoi propositi di emancipazione. Intorno a lei nascono amori, crollano sogni, si sperperano patrimoni, si rincorre una sistemazione, mentre principi e desideri vengono sacrificati sull’altare della rispettabilità sociale. L’apparente lieto fine restituisce un’immagine desolante nella quale la protagonista è costretta a lasciarsi inquadrare e dove anche il più rivoluzionario degli spettatori finisce per specchiarsi, fortemente spronato a ridere della propria miseria.

note di regia

Con tagli profondi atti a snellire e rivitalizzare l’impietoso affresco di Goldoni, ho messo in scena una compagnia di attori disponibili a penetrare la società settecentesca alla ricerca di ciò è sopravvissuto al passaggio del tempo. La follia, sapientemente raccontata dall’autore, viene incoscientemente cavalcata dagli interpreti, pronti a mettersi a nudo per entrare nei panni di personaggi ridicoli, eccessivi, superficiali, cinici, penosi, umani.

I costumi d’epoca garantiscono la pomposità e l’assurdità dell’apparire. Le scene abbozzate si fanno umile mezzo per contestualizzare le vicende. La mancanza degli oggetti libera gli attori ma allo stesso tempo li costringe a credere fino in fondo in quello che in realtà non esiste.

L’autore consegna al teatro tre testi che continuano brillantemente a raccontare la nostra frenetica rincorsa dell’abisso. Da regista, non ho fatto altro che spingere gli attori sull’orlo del precipizio, convinto che la loro autoironia ed il cinismo del pubblico, favoriranno quell’ultimo passo che proietterà lo spettacolo nel baratro verso il quale ogni uomo, società, potente, perdente, illustre o miserabile è inconsapevolmente diretto. Non ci resta che ridere delle nostre disgrazie per non distruggere quel poco di sano spirito italico che sopravvive al nostro cinico squallore quotidiano.

Andrea Monti

 

FOTO:

Video

Adattamento